Recensione “Earth Hotel” di Paolo Benvegnù – Rocklab.it

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A cosa servono le parole? Qualcuno diceva “words are futile devices” e l’intero nuovo, bellissimo album di Paolo Benvegnù paradossalmente – per lui che le parole le dosa e le usa con tanta maestria – sembra dirci fra le altre cose proprio questo. Non è nemmeno una novità per uno che ha sempre esaltato il silenzio, e che lo fa anche qui trasformandolo addirittura in una Avenida lastricata di lingue diverse, simbolicamente incomunicanti fra di loro. Le parole, come tutte le costruzioni razionali umane, sono destinate al fallimento, e metterci qui a raccontare con questo misero strumento la musica, l’arte, la vita contenuta in “Earth hotel” ci pare una sconfitta fin dal principio. Eppure, nonostante questo ed anzi, consapevoli di ciò andiamo incontro al duro compito, perchè le dodici tracce che lo compongono – in un viaggio surreale attraverso dodici stanze di un immaginario albergo delle cose terrene – ci invitano di fatto alla resa, ci dicono quanto questo viaggio senza meta, imperfetto, fallibile vada affrontato “imparando l’arte della disillusione”. Quella stessa caratteristica per cui Benvegnù ama la figura dello scrittore austriaco Stefan Sweig talmente tanto da dedicargli una canzone in cui “l’anima della Tempesta, la danza di un ventaglio è tutto ciò che resta”: assunto che non gli impedisce il desiderio di ingannarsi ancora (“come vorrei /ingannarmi ancora/e avere sete”).

La parole “vizio di forma innaturale” di Paolo Benvegnù sono in realtà veri e propri macigni, per molti anche difficili da digerire, carichi di significati per certi versi reconditi e misteriosi. Sono loro, però, con la loro forza evocativa e la capacità di farci perdere, che rendono il cantautorato dell’ex Scisma quanto di meglio abbia partorito il genere italico per eccellenza negli ultimi dieci anni.

I macigni verbali con cui Paolo Benvegnù si addentra nell’Earth Hotel sono però sapientemente accompagnati da musiche mai così seducenti nella sua produzione: un lavoro di arrangiamenti e costruzione di ciascun episodio del disco che immaginiamo essere stato certosino e faticoso, ma che alla fine ci restituisce un insieme arioso e inebriante, dalle sonorità molto di ampio respiro, che rappresentano un passo in avanti deciso nella sua opera. Se Hermann aveva dato risalto al lavoro corale di una vera e propria band (i Benvegnù), spostando l’asse principale dalla poesia pura e semplice alla ricerca di un’impronta artistica meno scarna e più sonora, qui il percorso giunge a compimento, trovando un’identità più adeguata allo stile Benvegnù: non solo schitarrate di stampo new-wave, ma inserti decisi di synth e suggestioni mitteleuropee che ci fanno pensare ai Lali Puna o ai Blonde Readehad. Paradossalmente doveva essere Hermann la colonna sonora di un immaginario film, ma l’intento sembra essere riuscito maggiormente con Earth Hotel dove, a dare maggior forza al suo concept, sono stati inseriti estratti di film e serie televisive (quali e se finzioni o meno, non sappiamo, ndr) in lingua originale che lo fanno sembrare una soundtrack portante di una pellicola da cinema d’essai.

Questo suo quarto lavoro in studio prosegue idealmente un percorso iniziato con “Piccoli Fragilissimi Film” e continuato con i succesivi album: in particolare, sembra riprendere il discorso intrapreso con “Hermann”, l’ambizioso progetto con cui si tentava di approcciare l’uomo e le sue contraddizioni in maniera filosofica, con uno sguardo esterno. In Earth Hotel il discorso procede, ma sembra esserci meno distacco: le considerazioni sull’umanità sembrano uscire direttamente dalla testa dei personaggi che vi incontriamo, gli ospiti delle dodici stanze immaginate in questa locanda di passaggio. L’esplorazione di questi antri umani parte dal più alto grattacielo del mondo da cui “non si vede niente”. La cecità diventa una forma mentis in cui l’unica guida dell’agire umano rimane un anelito verso qualcosa di abissale “è un fuoco inestinguibile/cercare l’impossibile/nello spazio profondo”. Mano a mano che si scende negli altri piani, questa affermazione viene declinata in tante altre storie e considerazioni, la cui analisi qui sarebbe fin troppo lunga e noiosa: si passa attraverso una declamazione dal sapore politico e sociale (“Nuovosonettomaoista”), un divertissement in lingua inglese (“Life”) che in fin dei conti tale non è, un pezzo come “Feed The Distruction” più in un Benvegnù-style già conosciuto con “Le Labbra” (i cambi di tempo, il suono scintillante della chitarra dal sapore smithsiano) fino ad arrivare a uno degli episodi più significativi del disco, quella “Orlando” che ci dà quasi la chiave per comprenderne gli approdi. L’anelito che ci muove altro non è che l’amore, di cui Earth Hotel sostanzialmente parla “Di ogni tipo di Amore. Quello di ogni tempo. Quello impastato di bene e male. Quello conscio e quello sbadato” ci avvisa lo stesso autore nella presentazione del disco. “Orlando” ci racconta che la vita non è altro che amarsi (è un nuovo giorno quello in cui avrò cura di te), l’amore come relazione sotto diverse forme persino quelle un po’ torbide, perverse e ingannevoli di “Piccola Pornografia Urbana”. La conclusione, se idealmente possiamo trovarla, è proprio l’accettazione della resa “Eppure è tutto vero/Anche se non c’è niente/Eppure è tutto vero”(“Sempiterni Sguardi e Primati”).

L’esplorazione delle stanze è conclusa, e alla fine di questa peregrinazione Earth Hotel ci appare un disco sublime, meravigliosamente e drammaticamente umano, in cui la musica torna ad essere “di poesia”, lasciandoci un senso di pienezza che solo l’arte, appunto, riesce a consegnare. Paolo Benvegnù si riconferma una piacevole certezza della musica d’autore italian e ci regala uno dei dischi italiani più belli e disarmanti degli ultimi anni.

Earth hotel parla di amore nelle stanze.

Ovunque.

Di alberghi, di case, di transatlantici, di treni, di aereoplani ed automobili.

Nello stesso istante.

Che sia martedì o il giorno di un compleanno oppure l’anniversario della prima repubblica.

Di ogni tipo di Amore.

Quello di ogni tempo. Quello impastato di bene e male.

Quello conscio e quello sbadato.

Dodici mirabili miniature.

Dall’alba al tramonto.

Elettrico e notturno.

Grida al cielo e sussurrii nell’ombra.

Alle madri.

Ai Figli.

A quell’eterno miracolo di vita che ci consuma.

VOTO: 8.4
CANZONE: “Orlando”
TAG: Canzone d’autore

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