Daughter “Not To Disappear” – Rocklab.it

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Se c’è una categoria che ha segnato gli ultimi due decenni della cosiddetta musica alternativa è sicuramente quella indie. Parola stra-abusata il cui valore semantico è stato quasi del tutto stravolto dal mutare delle contingenze entro cui si muoveva la scena indipendente, trasformandosi da lemma simbolo del rock sotterraneo e dell’hardcore-punk delle college radio anni ottanta, a genere musicale dai contorni piuttosto indefiniti e privato del suo valore originario militante e rivoluzionario; diventando anzi il simbolo di una generazione agiata 2.0, dai tratti radical-chic e perennemente tormentata da un disagio esistenziale in cui sprofondare e crogiolarsi.

Categoria, quella dell’indie del nuovo millennio, in cui si colloca decisamente il terzetto londinese dei Daughter, qui giunto ora alla seconda prova con “Not To Disappear” in cui alla produzione troviamo Nicolas Vernhes (già al lavoro con Animal Collective, Deerhunter e The War On Drugs), tre anni dopo l’acclamatissimo “If You Leave”, una delle uscite del 2012 più saccheggiate in termini di condivisioni social (si pensi in questo senso alle hit “Youth” e “Human”).

Qual è esattamente il fascino che esercita su molti la musica dei Daughter? Con la sua ricetta che attinge dal noise-pop distorto à la Jesus and Mary Chain, dall’alt-folk sensuale degli Alt-J e dalle atmosfere cupe dei Cocteau Twins, anche in questo caso il trio inglese sembra puntare dritto ad evocare gli animi più inquieti e neri fin dal primo ascolto. Più coerente nei temi del precedente, tanto da sembrare quasi un concept sia nei testi che nelle tonalità plumbee, meno accattivante nella composizione mancando quasi del tutto dei singoloni trascinanti (l’unico forse è “How”), Not to Disappear è un viaggio nemmeno troppo velato dentro la solitudine e l’incapacità di amare (“I don’t want to belong to you/to anyone”) in cui relazioni tormentate e precarie rivelano la fragilità di un io paralizzato dalle paure (“just moving in slow motion/to keep the pain to minimal”), annientato dal masochismo (“only wait for a fall”), ansioso di trovare il suo posto nel mondo (Mothers).

Le armonie eteree e languide attraversano una sorta di wall of sound a cascata, dove le distorsioni  incontrano i sussurri svenevoli di Elena Torna nel più classico shoegaze-style. Ma più di ogni altra cosa, più di ogni passaggio chitarristico o stratificazione di synth, più di ogni sussulto vocale, è quel mood dolcemente terrificante che ci colpisce dall’inizio alla fine, la sua presenza in ogni canzone, quasi una persecuzione incessante che si riverbera fra le pareti in cui risuona. Non scomparire si chiama questo disco: una preghiera rivolta a se stessi, in un mare di suoni in cui annegare il dolore, come la malinconia di una giornata piovosa passata davanti alla finestra a fissare le gocce d’acqua infrangersi sui vetri. Una giornata piatta e inutile, ma in fondo il naufragar m’è dolce in questo mare: ed il fascino ancestrale di certa musica sta davvero tutto qua.

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